Redazione Due, Acate (Rg), 27 gennaio 2016.- Riceviamo e pubblichiamo questa breve recensione di Giovanna Carbonaro, inviataci in occasione della Giornata della Memoria, sul romanzo “Se questo è un uomo” di Primo Levi.

Se questo è un uomo.

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi alzandovi;
ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

 

 

Questa poesia è l’epigrafe lapidaria che si pone come incipit del romanzo “Se questo è un uomo” di Primo Levi. E’ una lirica forte di denuncia, che spinge l’uomo a riflettere sulla propria vita, che in un certo senso lo destabilizza e lo conduce a riflettere sulla malvagità, che annienta l’essere umano. L’opera di Levi è una testimonianza forte di quello che accadde nei campi di concentramento tedeschi. ‘E un’opera autobiografica in quanto l’autore, chimico ebreo torinese, fu internato nel campo di concentramento di Auschwitz. Il romanzo venne pubblicato nel 1947, a pochi anni dalla fine dell’orrore dei campi di sterminio nazisti. ‘E diviso in diciassette capitoli titolati. Perché Primo Levi decide di raccontare? I tedeschi avevano l’obiettivo di non lasciare alcuna testimonianza delle atrocità che stavano compiendo. L’incubo peggiore dei prigionieri del campo che sarebbero sopravvissuti era quello di tornare a casa, raccontare e non essere creduti. Levi sente quindi l’esigenza di fissare su carta scritta l’orrore di questa realtà alienante, che rendeva degli essere umani alla stregua di bestie senza dignità e identità. Vi è un processo di imbestialimento, di spersonalizzazione dell’individuo. Questo si concretizza quando ai prigionieri viene tatuato il numero sul braccio, che costituirà il loro nome d’ora innanzi. L’intertesto dell’opera è la Divina Commedia di Dante Alighieri. Il libro di Levi si pone come una continua discesa agli inferi. I riferimenti sono palesi: tra i più espliciti troviamo il soldato che viene paragonato a Caronte e il capitolo intitolato “Il canto di Ulisse” (un compagno di prigionia vuole imparare l’italiano e levi usa la cantica dantesca per insegnare). La differenza sostanziale è che nell’inferno dantesco c’erano peccatori, in quello dei campi di concentramento ci sono innocenti. Levi racconta il regno dell’assurdo, dove non c’è un perché a tutto questo male. Ci sono uomini tramutati in bestie. Il dato scioccante è che nel campo nessuno si suicida perché i prigionieri sono privati della loro umanità e in loro emerge preponderante l’istinto di sopravvivenza tipico degli animali.                                                                                               Perché leggere il libro? Semplicemente per non dimenticare quello che gli uomini sono stati in grado di fare ad altri uomini immotivatamente.

 

 

 

Di Salvatore Cultraro

Nato ad Acate. Nel 1986, ha conseguito la specializzazione quale Educatore per disabili in età evolutiva. Dal 1988 dirige il Centro di differenziazione didattica per disabili di Acate. Giornalista pubblicista, dal 1984 al 1990 ha collaborato con il Giornale di Sicilia di Palermo, dal 1991 al 2003 con la Gazzetta del Sud di Messina e dal 2004 al 2008 con la Sicilia di Catania. Nel 2009 ha diretto la redazione giornalistica dell’emittente televisiva locale “Free TV” di Comiso. Inoltre ha diretto il periodico "I 4 Canti" e dal 2001 al 2009 ha tenuto Corsi di Giornalismo presso le scuole elementari e medie di Acate e Vittoria. Appassionato di storia locale, negli anni Ottanta ha pubblicato alcune sue ricerche sulla presenza nel territorio di Acate di alcuni importanti siti rurali risalenti al periodo geco-romano e medioevale. Nel dicembre del 2013 ha dato alle stampe, unitamente al prof. Antonio Cammarana di Acate, un volumetto sull’antico Lavatoio Pubblico di contrada “Canale”.

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